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“Basta, torno al Sud”: la storia dell’infermiere che lascia Bologna dopo 5 anni di Pronto Soccorso.

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Pavels Krilovs ha 35 anni, è un infermiere esperto, e fino a lunedì scorso lavorava al Pronto Soccorso del Sant’Orsola di Bologna. Poi ha detto “basta”. La sua storia è quella di tanti colleghi che stanno abbandonando gli ospedali pubblici, schiacciati tra stipendi bassi, affitti impossibili e un lavoro sempre più logorante.

“A Bologna non posso permettermi una casa da solo”.

“Guadagno quasi 2.000 euro al mese, ma se voglio vivere da solo devo spendere quasi la metà solo per l’affitto”, racconta. “A 35 anni, condividere ancora un appartamento con altri tre colleghi non è dignitoso. E se io, con uno stipendio da infermiere, faccio fatica, come fanno quelli che prendono meno?”

La soluzione? Tornare a Reggio Calabria, dove ha una casa di proprietà e il costo della vita è più sostenibile. “Ho visto colleghi con figli trasferirsi qui e poi andarsene perché non arrivavano a fine mese. Altri vincono i concorsi ma rinunciano perché non trovano nemmeno dove abitare.”

Pronto Soccorso: “Lavoro per passione, ma siamo lasciati soli”.

Pavels ama il suo lavoro, soprattutto l’emergenza. “In triage siamo noi a decidere i codici e i tempi di attesa, gestiamo farmaci salvavita, stiamo 12 ore in piedi senza mai mollare. Ma lo stipendio è lo stesso di chi lavora in un laboratorio o in un reparto meno stressante.”

E poi c’è il problema aggressioni:

  • Minacce di morte (“Ti accoltello”)
  • Sputi, morsi, pazienti alterati che usano strumenti medici come armi
  • Colleghe donne ancora più esposte a rischi

“Quando sono solo insulti, va già bene”, dice con amarezza.

La fuga verso il privato.

Pavels non è l’unico. Negli ultimi tre mesi, altri sei infermieri hanno lasciato il suo stesso Pronto Soccorso. “Il privato ci sta aspettando: pagano 30 euro l’ora, mentre nel pubblico non c’è riconoscimento. Se lo Stato non capisce che sta perdendo professionisti formati, presto non avremo più infermieri negli ospedali.”

“Ho impiegato mesi a decidere”.

La scelta non è stata facile. “Ho riempito fogli con pro e contro. Bologna aveva più opportunità, ma alla fine ho dovuto scegliere la mia dignità: un lavoro pagato meglio e una casa mia, nella città dove sono cresciuto.”

La domanda che resta:
Quanti altri Pavels dovranno andarsene prima che il sistema sanitario capisca che sta collassando?

Se questa storia ti ha colpito, condividila. Perché il problema non è solo di Bologna, ma di tutta l’Italia.

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